Fidatevi

Non ho molti vizi, ma quelli che ho li curo per bene: fra questi si può sicuramente annoverare la passione per la musica ad alto volume. In quest’ultimo periodo, anche a seguito di una presa di posizione di cui non riesco proprio a pentirmi, ho rimesso in funzione il vecchio ipod che gode ancora di quella libertà dai regolamenti successivi che hanno imposto il depotenziamento delle uscite audio.

Forse è stata fortuna, forse è stato il destino, ma più o meno contemporaneamente alla mia scelta uno dei miei gruppi preferiti – sicuramente il preferito fra gli italiani – ha pubblicato il suo nuovo disco il cui titolo – Fidatevi – mi era sembrato, almeno in principio, bizzarro.

Ministri - Foto di Rockol

Ministri – foto da rockol

Bizzarro o meno che fosse, senza pregiudizi e fedelissimo alla linea l’ho riversato per intero sull’ipod e ascoltato in macchina a volume smodato sulla A4 fra Milano e Vicenza: si fa in tempo ad ascoltarlo due volte e mezza credo. Quel che pesa però è che, senza mezzi termini, il disco è splendido. Alla consueta qualità e profondità dei testi – di cui in quest’epoca di cose che escono dalla TV si sente un particolare bisogno – si affianca una vitalità capace di farti immaginare sotto al palco. È un disco che si “vede” bene, nel senso che spesso con la testa capita di immaginare il mondo descritto dai testi con la medesima musica a far da sottofondo. Non ho ascoltato molti album che avessero la medesima capacità, album in grado di diventare istantaneamente la colonna sonora della tua primavera, probabilmente dell’intero 2018, in grado di scaricare batterie che Steve Jobs accreditava sulle 24 ore, farti sentire di tanto in tanto di dodici anni più giovane (dodici anni, come quelli che compie “I soldi sono finiti”).

Avevo abbandonato ogni speranza di trovare una canzone che potesse entrare nella romanticissima (e dimenticata) categoria adolescenziale del “vorrei ascoltarla subito prima di lasciare questo mondo” e invece quest’album ce l’ha: roba che probabilmente prende le orecchie tue e di pochi altri, ma quando entra non esce più da quant’è forte l’alchimia fra cassa-voce-chitarra e i tuoi pensieri. In questo senso l’alchimista, cui attribuire almeno parte del merito della potenza di questi dodici brani – che va da sé invito ad ascoltare – credo sia Taketo Gohara che ha curato la registrazione come ai tempi de La Piazza (tanto tanto tempo fa). Leggo in giro che questo sarebbe un album che parla ai trenta/quarantenni come i suoi autori, ma trovo sia una giustificazione per poter dire che è passato del tempo dai primi dischi: secondo me lo apprezza anche qualunque adolescente con un minimo di coraggio per indossare scarpe diverse da quelle dei suoi soci.

Infine, di nuovo, il titolo: Fidatevi. Ci ho pensato un po’ e ho cambiato la chiave di lettura del titolo: da improbabile richiamo commerciale, a uso il gatto e la volpe, sono arrivato ad un più maturo auspicio per le relazioni fra persone: che siano una, due o cento. Fidatevi.

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